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Ringraziamo tutti gli autori che hanno contribuito alla realizzazione di questa iniziativa.

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venerdì, 16 maggio 2008

Emanuel Kant e la critica della ragion pura

 Critica della ragion pura è senz'altro il perno portante del pensiero Kantiano, ma vediamo in sintesi il significato di questa frase che sta per analisi semplice dell'intuizione intesa questa come pensiero indipendente dalla flusso della realtà conosciuta quindi la ragione ha un imput assimilabile alla percezione sensitiva dell'universo che l'intelletto a priori
(Io pensante) immagazina scatenando tutta una serie di molteplici interpretazioni (sensazioni)
rapportabili alla dimensione empirica spazio-tempo
E' giusto dunque citare onde meglio comprendere l'ideologia Kantiana le parole stesse dell'autore
«Per mezzo del senso esterno (che è una proprietà del nostro animo) noi ci rappresentiamo gli oggetti come fuori di noi e come tutti assieme nello spazio.
 In questo, sono determinati, o determinabili, la loro forma, la loro grandezza, i loro rapporti reciproci. Il senso interno, per mezzo
 del quale l'animo intuisce sé stesso o il suo stato interno non ci offre, in verità, alcuna intuizione dell'anima stessa,
 come di un oggetto; ma c'è tuttavia una determinata forma, sotto la quale soltanto è possibile l'intuizione del suo stato interno,
sicché tutto ciò che è proprio delle determinazioni interne è rappresentato in rapporti di tempo.
Il tempo non può essere intuito esternamente, allo stesso tempo che lo spazio non può essere intuito come qualcosa in noi.
Che cosa sono allora lo spazio ed il tempo? Forse entità reali? O sono semplicemente determinazioni o rapporti delle cose,
che appartengono comunque alle cose in sé, anche se non sono intuite?O sono tali da appartenere soltanto alla forma dell'intuizione
 e così alla costituzione soggettiva del nostro animo, senza di che questi predicati non potrebbero essere attribuiti a cosa alcuna?» (1)

Kant passa quindi ad esaminare il concetto di spazio.
«Lo spazio non è un concetto empirico, proveniente da esperienze esterne. infatti, affinché certe sensazioni siano riferite a qualcosa fuori di me
 (ossia a qualcosa che si trovi in un luogo dello spazio diverso dal mio), e affinché iopossa rappresentarmele come esterne e accanto l'una all'altra
- e quindi non soltanto come differenti ma come poste in luoghi diversi - deve già esserci a fondamento la rappresentazione di spazio...[...]
Lo spazio è una rappresentazione a priori, necessaria, che sta a fondamento di tutte le intuizioni esterne.
Non è possibile farsi la rappresentazione che non ci sia spazio... [...] ... Lo spazio non è affatto un concetto discorsivo - o, come si dice, universale
- dei rapporti delle cose in generale, ma un'intuizione pura. In primo luogo, infatti, non ci si può rappresentare che un unico spazio
e, se si parla di molti spazi, non si intendono con ciò che le parti di uno spazio unico e medesimo. ... [...]
Lo spazio è rappresentato come un'infinita grandezza data.
 Ora, se è certamente necessario pensare ogni concetto come una rappresentazione a sua volta contenuta
in un numero infinito di differenti rappresentazioni possibili
 (come loro caratteristica comune), quindi tale da comprenderlesotto di sé, tuttavia nessun concetto,
 in quanto tale, può essere concepito come tale da contenere in sé una quantità infinita di rappresentazioni.
Eppure lo spazio è pensato così (perché tutte le parti dello spazio, all'infinito, sussistono come simultanee).
Dunque la rappresentazione originaria dello spazio è intuizione a priori e non concetto (di tipo empirico, nda). » (1)
In parole povere ognuno ha dentro sè un immenso microsmo  già precostituito, attraverso cui filtra eterogenei flussi rimandati dagli oggetti che quotidianamente
ci circondano ricavandone un analisi soggettiva con cui eleva il suo limite di conoscenza
uomo dunque posto al centro dell'universo ego cognitivo (essenza o genesi di pensiero)
realtà che lo circonda intesa come materia scatenante imput al fine interpretativo cognitivo
l'idea di Dio
questi i tre cardini su cui si fonda la filofia Kantiana da cui prende origine la Metafisica
divisa a sua volta


in pscologia razionale
cogmologia razionale
teologia dell'anima della realtà e di Dio
i tre capisaldi della ragione

"Noi delle cose non conosciamo a priori, se non quello che noi stessi vi mettiamo"....

(Emanuel Kant)

E' il soggetto quindi a cogliere dell'oggetto le peculiari sfumature
traendone un interpretazione intimistica e personale (analisi)
cioè scomposizione della recezione onde studiarla meglio.
e acquisirme consapevolezza del limite.

Carolina Parrilla

Cenni biografici e opere
Kant è un filosofo illuminista, nasce a Königsberg; la madre riveste per lui un ruolo molto importante che, a quanto sostiene,
 gli insegna il primo germe di bene. È il quarto di 11 figli, ma con i fratelli non ha un gran rapporto.
Viene mandato al collegium Friedericianum, dove si dimostra subito critico nei confronti della religione,
per quanto riguarda le forme esteriori ed esagerate del culto: ha un concetto intimistico della fede,
le preghiere forzate sono, per lui, inutili.
 Diventa bibliotecario, poi docente di logica e metafisica all'università; i suoi interessi
sono prevalentemente scientifici: pubblica molte opere sulla Terra,
sul moto, sulla quiete e sulla teoria dei venti (scritti pre - critici). La sua prima opera importante,
 scritta nel 1781 è la "Critica della Ragion Pura",
 dove fa il punto sulla conoscenza (2° edizione). Il 1788 è l'anno della pubblicazione della "Critica della Ragion Pratica".
Nel Critica della Ragion Pratica si chiede cosa si può conoscere, è uno scritto teoretico, nella Critica della Ragion Pratica
 si occupa di come si debba agire nella pratica. Nel 1790 scrive "Critica del giudizio". 1793 - 1797: sono gli anni della censura prussiana e del terrore francese: perciò riceve un severo ammonimento soprattutto per le sue opere a tema religioso, dalle quali traspariva troppo l'ideale illuministico; scrive inoltre il libro "Per la pace perpetua", intesa come pace fra gli stati e le nazioni. Muore malato nel 1804.

cenni biografici e opere ricavate da
http://www.storiafilosofia.it/filosofia/riassunti/kant.php

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lunedì, 21 aprile 2008

Guglielmo di Ockham




Introduco alla lettura Guglielmo di Ockham filosofo nel periodo a cavallo del 14° secolo autore dello spietato ‘Rasoio’

 
Guglielmo di Ockham , o Occam (Ockham, 1280 – Monaco di Baviera, 1349)

 Detto il dottore invincibile e il venerabile iniziatore, entrò nell'ordine francescano in giovane età, studiò all'Università di Oxford fra il 1307 e il 1318, intraprendendo l'insegnamento, in seguito, nella medesima università.

 Accusato di eresia, subì un processo da parte dell'Inquisizione ad Avignone nel 1324, a seguito del quale cinquantuno sue enunciazioni teologiche vennero condannate dal pontefice Giovanni XXII. Fu successivamente assolto da Papa Clemente VI l'8 giugno 1349. Ad Avignone, dove soggiornò per quattro anni, conobbe Michele da Cesena, il ministro generale dell'ordine francescano, che condivideva con lui l'idea che le comunità cristiane potessero avere in uso dei beni ma giammai possederli, secondo la dottrina della povertà evangelica, contrariamente a quanto sosteneva il papato.

 Nel maggio 1328 Guglielmo e i suoi confratelli, timorosi di entrare in conflitto col papa, si ritirarono a Pisa, dove entrò al seguito dell'imperatore Ludovico il Bavaro con cui si era schierato nella controversia tra l'Impero ed il Papato.

 Lì arrivò la scomunica da parte del papa, dopo la quale Guglielmo decise di seguire l'imperatore andando con lui a Monaco di Baviera, seguito anche da Michele da Cesena, con il quale continuò la polemica contro la Chiesa. Morto l'imperatore e il generale francescano, Guglielmo cercò di riavvicinare le sue posizioni a quelle delle Chiesa, ma morì nel 1347 prima che questo riavvicinamento si compisse[1].

 Il pensiero

 Centro del pensiero di Ockham è il volontarismo, la concezione secondo cui Dio non avrebbe creato il mondo per "intelletto e volontà" (come direbbe Tommaso d'Aquino), ma per sola volontà, e dunque in modo arbitrario, senza né regole né leggi, che ne limiterebbero, secondo Ockham, la libertà d'azione.

Ne consegue che anche l'essere umano è del tutto libero, e solo questa libertà può fondare la moralità dell'uomo, i cui meriti o demeriti non possono in alcun modo influenzare la libertà di Dio. La salvezza dell'uomo non è quindi frutto della predestinazione, né delle opere dell'uomo; è soltanto la volontà di Dio che determina, in modo del tutto inconoscibile, il destino del singolo essere umano. Questa posizione di Ockham, che riprende e porta alle estreme conseguenze la concezione volontaristica già propria di Duns Scoto, anticipa per alcuni aspetti la riforma protestante di Lutero; conseguenza del pensiero di Ockham, infatti, è la negazione del ruolo di mediazione fra Dio e l'uomo che la Chiesa si è attribuita.

 Il rasoio di Ockham e la logica

 Sulla base di questa premesse, Ockham applica il tradizionale principio medioevale di semplicità della natura per eliminare tutto ciò che contrasta col volontarismo: vanno quindi superati, perché superflui e astratti, concetti come "essenza", "legge naturale", ecc. Si tratta dell'applicazione del principio economico dell'eliminazione dei concetti superflui per spiegare una realtà intesa volontaristicamente: è mediante questo procedimento, sinteticamente definito il Rasoio di Ockham, che l'intelletto umano può e deve liberarsi di tutte quelle astrazioni che erano state ideate dalla scolastica medioevale.

 Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora, ma anche entia non sunt moltiplicanda praeter necessitatem, sono le massime che costituiscono l'espressione lapidaria del cosiddetto Rasoio di Ockham che riassume, semplificando il concetto al massimo, il principio del valore della spiegazione più semplice, che infine si riduce al primato dell'individuo, come unica realtà su cui poggia tutto il sistema della conoscenza.

 In poche parole ‘Non vi è motivo alcuno per complicare ciò che è semplice’

 Coerente con queste conclusioni è anche la sua posizione nella disputa sugli universali, all'interno della quale è considerato il più importante esponente piuttosto del terminismo che del concettualismo e del nominalismo, dottrina contrapposta al tomismo e allo scotismo.

 Applicando la dottrina della suppositio, secondo cui i termini hanno l'unico scopo di indicare qualcosa di reale, ma esterno e differente da loro (essi cioè sono segni del tutto convenzionali, che stanno in luogo delle cose), Ockham conclude che l'universale altro non è che un termine, e quindi la sua unica realtà è nella condivisione universale nell'uso di quel certo termine anziché altri (ovvero post-rem).

 I termini possono essere quindi categorematici, cioè esprimere predicati come uomo, animale, ecc., o sincategorematici, cioè utili per svolgere connessioni (es.: ogni, ciascuno, ecc.); oppure assoluti, o connotativi; essi in ogni caso sono intentiones, cioè atti intenzionali della coscienza con cui essa adopera un segno per indicare una determinata cosa di cui è accertata l'esistenza. Ne consegue la falsità di tutti quei termini che stanno a indicare cose inesistenti; la logica terministica di Ockham assume quindi il ruolo, in quanto logica formale, di assicurare la validità delle proposizioni, ma solo la conoscenza empirica potrà poi verificare le stesse alla prova dei fatti e assicurare il collegamento fra i nomi e la realtà cui essi fanno segni.

 All'applicazione rigorosa della logica terministica e dell'empirismo consegue la critica di Ockham ai concetti di causa e sostanza, elementi basilari della metafisica tradizionale. Anche in questo caso si tratta di termini apparentemente universali, che però stanno in luogo di realtà inesistenti: empiricamente infatti l'ente consiste di molteplici qualità, ma non è nulla di diverso dalle qualità stesse; non esiste un sostrato, una sostanza, al di fuori di ciò che di quell'ente si può predicare. Ugualmente, seppure empiricamente ci sembra che una certa successione di fatti ci permetta di concludere l'esistenza di una causa distinta dai suoi effetti, in realtà non c'è alcuna certezza che questa causa sia unica e universale.

 La gnoseologia

 Nella sua teoria della conoscenza Ockham sostiene che si possa parlare di due forme di conoscenza: intuitiva ed astrattiva. Quella intuitiva può essere divisa in sensibile (ciò che proviene dai sensi) e intellettiva (non è mediata dai sensi ed è quindi più diretta); infine la conoscenza intellettiva può essere suddivisa a sua volta in perfetta (l'immagine davanti ai miei occhi) ed imperfetta (il ricordo nella mia mente di quell'immagine).

 La realtà, pertanto, secondo Ockham, viene conosciuta empiricamente, attraverso la conoscenza intuitiva immediata, mentre gli universali vengono conosciuti attraverso la conoscenza astratta ovvero attraverso la rappresentazione che di essi fa la mente, ma non hanno esistenza reale. Per la sua scarsa fiducia nella ragione umana, e per l'esaltazione della conoscenza sensibile, egli si presenta come principale esponente della crisi del pensiero scolastico medioevale, caratterizzato, invece, da una grande fiducia nella capacità dell'uomo di comprendere la realtà mediante l'uso della facoltà razionale.

Ulteriori approfondimenti sono disponibili su Wikipedia dal quale questo articolo in forma ridotta è stato preso

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martedì, 26 febbraio 2008

Voltaire e l'intolleranza

Contro l'intolleranza

Tema centrale della filosofia di Voltaire (Francoise-Marie Arouet detto VOLTAIRE (1694-1778) simbolo dell'illuminismo francese) è il problema dell'intolleranza, e di quella religiosa in particolare. Nel clima di generale entusiasmo per le capacità della ragione umana, l'illuminismo cominciò ad entrare in conflitto con le tendenze conservatrici della religione, la quale spesso intralciava il cammino della ragione opponendo la verità del dogma a qualsiasi altra considerazione (ad esempio, il caso di Galileo, scienziato vittima dall'intolleranza della Chiesa). Per Voltaire, l'uomo parte dalla posizione di essere ignorante su molte cose, non vi è quindi motivo di perseguire fanaticamente l'intolleranza, e quindi l'imposizione di una fede anziché un'altra, quando ogni uomo condivide la stessa ignoranza. "Siamo tutti impastati di debolezze ed errori; perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze, ecco la prima legge della natura..." (Voltaire, dal Dizionario filosofico).

In quest'ottica vi sono da fare, secondo Voltaire, importanti considerazioni storiche: l'intolleranza è propria degli uomini e delle società di tutti i tempi, il Cristianesimo, ad esempio, ha imposto la sua verità cercando di spegnere ogni critica alla propria dottrina, sia all'esterno che al suo proprio interno (si vedano le lotte attorno alle eresie). L'intolleranza è presente sia a livello individuale che a livello politico: chiara è la tendenza dei potenti di essere intolleranti con i più deboli e tolleranti con i più forti, da considerare inoltre che ogni opinione repressa con la violentemente con la forza non può che generare altra violenza. Come sconfiggere l'intolleranza? L'unico ambito in cui non può esistere intolleranza è quello delle scienze esatte (matematica, aritmetica, geometria), poiché non vi è modo di imporre alcuna considerazione arbitraria quando si tiene come punto di riferimento qualcosa che può essere precisamente determinato: impossibile discutere attorno al valore di un numero o di una lunghezza, una volta misurata oggettivamente. Ecco allora che anche nelle questioni morali, etiche e politiche, l'uomo deve affidarsi alla ragione e alla sua obiettività, solo in questo modo non vi potrà essere alcun disaccordo sostanziale attorno ai problemi considerati.


Esiste un rimedio al fanatismo? Ma l'intolleranza può diventare assai pericolosa quando raggiunge il suo culmine nel fanatismo: il fanatismo non può essere combattuto in alcun modo dalla ragione perché si alimenta nella passione irrazionale. Inutile allora cercare di convincere un fanatico a desistere dai suoi errori con l'aiuto della sola razionalità, egli non starà ad ascoltare, anzi, la controversia lo ecciterà ancor di più.

"Le leggi e la religione non valgono nulla contro questa peste dell'anima [il fanatismo]; la religione, lungi dall'essere per loro [i fanatici] un cibo salutare, si trasforma in veleno per i cervelli infetti." (tratto dal Dizionario Filosofico).

Dunque, quale rimedio al fanatismo? Il fanatismo non può essere combattuto direttamente e per mezzo della sola ragione, esso potrà essere tutt'al più prevenuto mediante una corretta divulgazione dei precetti della ragionevolezza e della tolleranza, un vasto progetto di azione culturale e pedagogica che si sviluppa all'interno delle istituzioni di uno stato laico che non si occupa delle questioni morali inerenti ai singoli individui, ma, al contrario, garantisce comunque l'orizzonte civile entro cui i cittadini possono godere di una libertà sostanziale priva di fanatismo. Ma vi è un'altra arma al fanatismo, un'arma ben ben più sottile: quest'arma è l'ironia, sempre che la controparte riesca a recepirla.


(liberamente tratto da www.forma-mentis.net)

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venerdì, 25 gennaio 2008

SIMPOSIO di Platone

Aristofane : " Mi sembra infatti che gli uomini non si rendano conto per nulla della potenza dell'amore, poiché, se l'avvertissero, certo costruirebbero per lui i più grandi templi, ed altari, e glio offrirebbero i sacrifici più grandi; non già come ora in cui nulla di ciò accade per lui, mentre già di tutto dovrebbe accadere. E' invero, tra gli dei il più amico degli uomini, poichè degli uomini è protettore, e medico di quei mali, la cui guarigione sarebbe per il genere umano la più grande felicità. Io cercherò ora di spiegarvi qual è la sua potenza, e voi sarete maestri degli altri.Ma dapprima occorre che voi impariate che cas'è la primitiva natura umana, e le modificazioni da essa subite. Anticamente, infatti, la nostra natura non era la stessa di ora, ma differente. Anzitutto i generi dell'umanità erano tre, e non due - come adesso - , il maschio e la femmina; piuttosto, c'era inoltre un terzo genere, partecipe di entrambi i suddetti, di cui ora rimane il nome, ma esso come tale è scomparso. A quel tempo infatti l'androgino era un'unità, e partecipava, per aspetto e per nome, di entrambi, il maschio e la femmina, ma ora non è se non un nome, di intenzione oltraggiosa. In secondo luogo la forma di ogni uomo era, tutta quanta, arrotondata, con il dorso e fianchi disposti in cerchio; ciascuno aveva quattro mani, e gambe in numero uguale alle mani, e, sopra un collo tornito circolarmente, due volti, in ogni punto simili; aveva poi un'unica testa per entrambi i volti, situati l'uno all'opposto dell'altro, e quattro orecchi, e due organi genitali, e tutte le altre parti, secondo ciò che si potrebbe raffigurare partendo da queste. Ed essi potevano camminare dritti, come ora, in quale delle due direzioni volessero; oppure quando si avviavano velocemente in corsa - come volteggiano in cerchio gli acrobati, che fanno ruotare completamente le gambe - appoggiandosi sulle estremità , che allora erano otto, si muovevano rapidamente in cerchio. E i generi erano tre, e ditale natura, , per la seguente ragione: il maschio era in origine progenie del sole, la femmina della terra, e il genere partecipe di entrambi era progenie della luna, poichè anche la luna partecipa del sole e della terra; essi stessi, dunque, erano sferici, e circolare il loro preocedere, per la somiglianza con i loro genitori. Così, erano terribili per il vigore e la possanza, nutrivano propositi arroganti, e tentarono un attacco contro gli dei; e ciò che Omero dice di Efialte e di Oto - il tentativo di dare la scalata al cielo, per assalire agli dèi - si adatta a quelli. Zeus e gli altri dèi, orbene, si consultavano su ciò che dovevano fare, ed erano in difficoltà: non sapevano decidersi, invero, né ad ucciderlie, fulminandoli come i Giganti, fare scomparire la schiatta - sarebbero in tal caso scomparsi gli onori e i sacrifici che potevano giungere loro da parte degli uomini- né a lasciarli infuriare. Dopo faticose riflessioni, Zeus dichiara: " Ho un mezzo, credo, perchè gli omini possano esistere, eppure abbandonino la sfrenatezza, una volta divenuti più deboli. Ora infatti" disse" taglierò ciascuno di loro in due, ed essi da un lato saranno più deboli, e dall'altro saranno al tempo stesso più utili a noi, per l'accrescersi del loro numero; e cammineranno eretti su due gambe. Ma se ancora pretenderanno di infuriare, e non vorranno rimanere tranquilli, una secondavolta" disse" li taglierò in due così che cammineranno su una gamba sola, saltellando". Ciò detto, tagliò gli uomini in due, come quelli che tagliano le sorbe per metterle in conserva, o come quelli che tagliano le uova con un capello; e man mano che tagliava qualcuno, ordinava ad Apollo ri rovesciare verso il lato del taglio il volto e la metà del collo, perchè l'uomo, contemplando la propria sezione, fosse più moderato, e comandava di risanare tutto il resto. E quello rovesciava il volto, e raccogliendo e tirando da ogni parte la pelle su ciò che oggi è chiamato ventre - come le borse che si chiudono tirando a questo modo - manteneva una sola apertura e la stringeva fortemente nel mezzo del ventre, il che appunto viene chiamato ombelico.

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Allora, una volta divisa in due la natura primitiva, ciascuna metà, bramando la metà perduta che era sua, la raggiungeva; e avvicinandosi con le braccia e intrecciandosi l'una con l'altre, per il desiderio di fondersi assieme, perivano di fame e, anche per il resto, di inazione, perchè non volevano fare nulla l'una separata dall'altra

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Orbene, quando l'uomo si imbatte appunto in quella che è la propria metà, allora precisamente essi sono sopraffatti in modo mirabile dall'affetto, dall'intimità e dall'amore; e non vogliono, se così si può dire, separarsi l'uno dall'altro.........

 

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Orbene, quando l'uomo si imbatte appunto in quella che è la propria metà, allora precisamente essi sono sopraffatti in modo mirabile dall'affetto, dall'intimità e dall'amore; e non vogliono, se così si può dire, separarsi l'uno dall'altro.........

.E ogni volta che una delle due metà moriva, mentre l'altra rimaneva in vita, la supersistite cercava un'altra metà e si intrecciava con essa, sia che si imbattesse nella metà di una donna tutta intera - la metà appunto che ora chiamiamo donna - sia che si imbattesse in quella di un uomo. E così perivano. Ma Zeus, mosso da pietà, appresta un altro artificio, e sposta sul davanti i loro genitali - sino allora , infatti, avevano anche quelli sul lato esterno, e generavano e partorivano, non già gli uni verso gli altri , ma sulla terra come le cicale -, spostò dunque a questo modo i loro genitali sul davanti, e mediante questi stabilì la generazione tra di loro, attraverso il maschio nella femmina, con lo scopo che, nell'abbraccio, se l'uomo si imbatteva in una donna, generassero e si producesse la stirpe, e al tempo stesso, se un maschio si imbateva invece in un maschio, sorgesse almeno la sazietà di quella congiunzione, e facessero pausa, e si volgessero all'agire, e si curassero del resto della vita.Da un tempo così remoto, dunque, è connaturato negli uomini l'amore degli uni per gli altri; esso ricongiunge la natura antica, e si sforza di fare , di due ,uno,e di guarire la natura umana. Ciascuno di noi è quindi un complemento di uomo, in quanto è stato tagliato - come avviene ai rombi- da uno in due : ciascuno dunque cerca sempre il proprio complemento.

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sabato, 05 gennaio 2008

L'ANAMNESI di Platone

L'ANAMNESI di Platone

Uno dei crucci dell'uomo è sempre stato quello di sapere come si fa a conoscere,del come e perchè si arriva ad apprendere. I sofisti sostenevano che non si può imparare perchè o già una cosa la si conosce o non la si conosce:nel secondo caso è impossibile trovare una cosa che non si sa cosa sia,come sia fatta.
Secondo Platone l'anamnesi è quel  processo per cui l'anima, che preesiste al corpo, ritrova in sé le idee; quindi conoscere le cose del mondo significa riportare alla mente, ricordare, ridestare dalla memoria cose già conosciute: la reminescenza. Durante l'incarnazione dell'anima in un corpo, il trauma della nascita cancella  la conoscenza delle idee, ma la loro memoria rimane comunque impressa nel profondo dell'anima. Il processo di crescita e di conoscenza di un individuo è quindi un riportare alla luce le idee dimenticate. "Conoscere" per Platone e i neoplatonici  significa dunque ricordare. La conoscenza non deriva dall'esperienza ma arriva attraverso l'intuizione, in forma immediata e per lampi improvvisi. L'esperienza farà poi da messaggero all'intellegibile. Platone descrive il concetto di anamnesi soprattutto nel Menone, nel Fedro ed in altri dialoghi. Nel Menone in particolare egli riferisce come Socrate riesca ad aiutare uno schiavo privo di cultura a comprendere il teorema di Pitagora. Platone vede in questo episodio la conferma della teoria dell'anamnesi: nonostante l'ignoranza in cui si trovava, lo schiavo può ritrovare da sé i passaggi logici di quel teorema perché evidentemente erano già presenti in forma latente nella sua mente, avendoli visti nel mondo Iperuranio delle idee prima di incarnarsi. È stato sufficiente quindi attivare il processo del ricordo tramite la maieutica, corrispettivo socratico della reminiscenza.

Platone nacque ad Atene nel 428 a.C. 
Di origini aristocratiche, in gioventù si appassiona alla politica ma col decorso degli eventi che videro Atene prostrarsi in un pessimo periodo storico (nel 404 la sconfitta nella guerra del Peloponneso, nel 403 la traumatica esperienza della dittatura aristocratica dei Trenta Tiranni e la sopraggiunta restaurazione che condannò a morte Socrate, maestro di Platone)  se ne allontanerà progressivamente.
L'uccisione dell'uomo più giusto di tutti, secondo le sue stesse parole, provocò in Platone l'abbandono definitivo di qualsiasi ambizione politica e il desiderio di fondare una nuova filosofia che potesse aiutare la società ateniese ad uscire dalla crisi. Con questi propositi fondò l'Accademia, una scuola filosofica che doveva forgiare la nuova classe dirigente nel rispetto della saggezza e della sapienza, unica possibilità di salvezza per l'uomo. Da ricordare che Platone (Plato) era un soprannome, derivante probabilmente dall'aggettivo "platus", ampio, affibiatogli per via della sua corporatura robusta, larga di spalle. Il suo vero nome era Aristocle. Platone fu il primo filosofo a lasciare una esauriente testimonianza scritta  del suo pensiero, con le sue opere  redatte in forma di dialoghi, quasi una rappresentazione teatrale a più voci, in cui compare spesso la figura di Socrate. La forma del dialogo era funzionale alla dialettica,un continuo confronto tra gli interlocutori dalla quale scaturivano i concetti filosofici, arte in cui Socrate eccelleva.


CristinaKhay

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lunedì, 10 dicembre 2007

Il Tetrafarmaco di Epicuro

Il Tetrafarmaco di Epicuro

Epicuro ritiene che la filosofia debba diventare lo strumento, teorico e pratico, per raggiungere la felicità liberandosi da ogni passione irrequieta.
"Se non fossimo turbati dal pensiero delle cose celesti e della morte e dal non conoscere i limiti dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura". Propone quindi un "tetrafarmaco", capace di liberare l'uomo dalle sue quattro paure fondamentali:

1. Se anche gli dei esistono, non si interessano comunque delle vicende umane;


2. Essendo disgregazione degli atomi del corpo, e quindi assenza di percezione, la morte, in sé, non costituisce dolore;


3. Il piacere è accessibile a tutti;


4. Se un dolore è acuto, allora conduce presto alla morte (che è assenza di percezione e quindi di dolore), se è breve, è sopportabile.

Con un'ottima intuizione Epicuro tenta lo scacco della mente utilizzando la mente stessa : ed ecco che la riflessione filosofica si fa risposta  secca e inappellabile alla sofferenza che l'uomo stesso crea con il suo pensiero quando  si rende consapevole della propria ignoranza rispetto al futuro, al dolore, alla mancanza,all'ignoto: quattro grandi paure ancestrali che il filosofo esorcizza riportando il più possibile l'attenzione al 'qui e ora' senza permettere le supposizioni della mente.  La prima regola permette di liberare l'uomo dal timore del castigo divino,la seconda lo libera dal timore della morte, la terza indica ad ogni uomo che può raggiungere la felicità, la quarta permette di affrontare con la giusta serenità il dolore fisico.
E' una filosofia pratica, precorritrice della moderna psicologia, un breve vademecum che rimette in discussione il pensiero elaborato in confronto
alla realtà più semplice e cruda.

-Epicuro (letteralmente "salvatore") nacque sull'isola di Samo, suo padre era un maestro e sua madre una maga. Appassionato di filosofia sin da giovane, a quattordici anni lasciò l'isola per studiare con il platonico Panfilo e l'atomista Nausifane, che gli fece conoscere il pensiero di Democrito.
Soggiornò poi ad Atene, a Colofone, a Mitilene e a Lampsaco, quindi nel 306 a.C., insoddisfatto dell'insegnamento altrui, aprì ad Atene la sua scuola filosofica in una casa con un ampio terreno adibito a giardino, dove i seguaci vivevano in comunità (per questo vennero chiamati "filosofi del Giardino").-

 CristinaKhay

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mercoledì, 28 novembre 2007

L'infinito di Niccolò Cusano ( 1400-1464 )

Inaguriamo oggi la rubrica settimanale dedicata alla filosofia. Questa rubrica non sara' ne' vorra' essere un trattato sull'argomento, ma solo una scheggia di filosogia trasportata nel vento. Come tutte quelle frasi, concetti, pensieri, che ricorrentemente ci danno la sensazione del deja-vu, o che semplicemente indirizzano il nostro pensiero.

A Cristina, relatrice dell'articolo nonchè componente del team filosofico 'Deja-vù'. I miglioi auguri della redazione.

L'infinito di Niccolò Cusano ( 1400-1464 )

Niccolò Cusano nacque nel 1401 a Cusa in Germania.
Matematico, astronomo, filosofo e teologo, è portatore di una visione universale, una profondità di pensiero e di idee, che sono precorritrici di future conquiste. Per primo ha cancellato la visione geocentrica ed ha precorso la modena astrofisica nella giusta linea che porta agli astronomi Nicola Copernico, Johannes Keplero e al fisico Albert Einstein. Nel campo filosofico è senz’altro da paragonarsi agli stessi Cartesio, Gottfried, Leibniz e Immanuel Kant, in quello teologico anticipa in modo sorprendente il pensiero di Giambattista Vico e Antonio Rosmini. Tutto ciò a riprova che una visione “illuminata” del mondo abbraccia tutte le discipline.

Studiò a Heidelberg e Padova dove si laureò in diritto nel 1423 e divenne dottore in Filosofia. A Costanza fu anche professore in Teologia. Fu presente al I concilio di Basilea. Per l'occasione scrive il "De concordantia catholica" 1433. In questo scritto sostiene la necessità dell'unità della Chiesa Cattolica e la concordanza di tutte le fedi cristiane. Come riconoscimento, Papa Eugenio IV lo mette a capo di un'ambasceria inviata a Costantinopoli con l'intento di intavolare discussioni per una riunificazione delle Chiese d'Oriente e d'Occidente. Tale intento è poi portato al concilio di Ferrara-Firenze del 1439. Nel viaggio di ritorno mette le basi per la sua maggiore opera, il "De docta ignorantia", che vedrà la luce nel 1440.In questo scritto Cusano evidenzia l'impossibilità per l'uomo di possedere la verità assoluta, che è solo da Dio, in Dio e per Dio. All'uomo compete solo la possibilità di aumentare le sue conoscenze, che resteranno sempre approssimative, come è sempre approssimativo un poligono inscritto in un cerchio, per quanti lati abbia.
"Se non si è ignoranti, non è possibile capire le cose che stanno più in alto."
Arrivò a questa conclusione dopo essersi accorto che l'infinito non  si poteva raggiungere perchè non aveva confini. "L'infinito non può avere dei bordi. L'infinito è una circonferenza allungata al massimo, e quindi, proprio perchè è allungata al massimo, è uguale ad una retta".
La consapevolezza della propria ignoranza avrebbe aiutato la comprensione delle cose eccelse, e la consigliò come metodo per comprendere le cose che non si capiscono facilmente. Dimenticarci di cosa sappiamo, fingiamo di essere appena nati, e tutto ci sembrerà più attraente e più semplice, arrivando a coglierne l'essenza.
Tra il 1439 e il 1449 fu legato pontificio in Germania. Nel 1444 si era appassionato all'astronomia e si dedicò dunque al suo studio. Sostenne, contro Tolomeo e Aristotele, che la Terra non è immobile,ma ruota intorno al Sole e che non è possibile determinare il centro dell'universo,che coincide con Dio e non con un astro; che le stelle fossero simili al Sole, che intorno ad esse potessero ruotare dei pianeti e che alcuni pianeti potessero essere abitati; produsse quindi delle teorie molto simili a quelle che sarebbero state poi di Giordano Bruno. Si occupò inoltre di una possibile riforma del calendario e apportò miglioramenti alle Tavole alfonsine.
Papa Niccolò V nel 1448 lo nomina cardinale e, nel 1450, vescovo di Bressanone, dove si batte aspramente contro il duca Sigismondo d'Austria, che tentava di eliminare dalle sue terre la figura del vescovo-conte. Subì l'imprigionamento nel 1460 da parte di questo duca che venne scomunicato da Papa Pio II. Cusano non riuscì a rientrare nella sua Bressanone, e morì a Todi, pochi giorni prima della capitolazione di Sigismondo d'Austria.

L'approccio ingenuo e semplicistico dell'ignoranza consapevole è quanto di più utile ci possa essere per chi vuole scoprire e capire i meccanismi della natura e della psiche, perchè dona uno sguardo senza giudizio, pronto a cogliere le sfumature che altrimenti non salterebbero all'occhio. La tabula rasa dell'esperienza che consiglia Cusano aiuta a togliere quei veli mentali cristallizzati che ci parlano attraverso le convinzioni che abbiamo accettato su una data cosa o un dato argomento, impedendoci così di scoprire cosa c'è di nuovo a riguardo. Ogni vero pioniere affronta l'ignoto  senza stampelle, armato solo della voglia di stupirsi come un bambino. Ogni cosa diventa ignota se non la si "riconosce"... e ci racconta che l'infinito è ovunque poggiamo il nostro sguardo scevro di noi.

CristinaKhay

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