Passeggeri nel vento è lieto di presentare il primo ebook realizzato con la collaborazione di tutti Voi
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Ringraziamo tutti gli autori che hanno contribuito alla realizzazione di questa iniziativa.

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venerdì, 16 maggio 2008

laghi di tristezza

immagine presa dal web

Due laghi neri

oceani di tristezza

senza luce viva

Sorride il piccolo


-Nessuna  gioia nel suo sorriso stanco.-


Rassegnazione

al pianto che non lava


Sguardo asciutto in  deserto di sogni


Fissa il mio viso assorto


nel suo mondo di silenzio pieno.

 


 



Cercavo una chiave d'accesso al suo impenetrabile sguardo, ma nulla mi permetteva di potervi entrare, non uno spiraglio si apriva, eppure intuivo che se fossi entrata, se solo avessi potuto varcare quella barriera, avrei potuto capire il perchè di tanta tristezza.

Mai mi era capitato che guardando un bambino, apparentemente e certamente sano, potessi scorgere tanta tristezza.
Quegli occhi non mi fecero dormire per più giorni, non era curiosità la mia ma, raccapriccio, un bambino di quattro anni non poteva essere così triste e indifferente al mondo che lo circondava.


Mille pensieri, mille idee si affollavano, mille supposizioni, alle quali davo sempre la stessa risposta:


NO NON PUO' ESSERE.



Ancora, stamattina, sono uscita di casa, sperando di incontrare per strada, o all'ipermercato, quel bambino,  ma non l'ho trovato.

Non so chi sia, non lo conosco, ma spero di incontrarlo di nuovo e vedere la gioia nei suoi occhi.

Lo so dite e perchè lo dici a noi?

Perchè se lo incontrate prima di me, se lo riconoscerete, ditegli che l'ho cercato
e che vorrei poterlo aiutare a sorridere col cuore.

 


 

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giovedì, 08 maggio 2008

Perceval


Perceval, era così attratto dalla cavalleria che ogni ostacolo sormontò per giungere alla mia corte.
La Madre Madonna Picca, escogità ogni stratagemma per tenerlo lontano da questa sua passione.
 Così dopo mille piripezie, che vi racconterò una sera davanti al fuoco del camino della sala della tavola rotonda davanti ad un prosecco, il giovane si recò  alla corte mia corte, per ricevere una vera educazione  cavalleresca e la conseguente nvestitura.
Fu proprio sulla strada  del ritorno dal castello del re Pescatore., dove i giovani cavalieri venivano addestrati alla purezza del cuore, che ha la rivelazione del Graal .
Di qui parti il suo ulteriore convincimento,  la sua lunga ricerca interiore per penetrare il mistero del Graal.
 Scoprì la colpa, il pentimento e il senso della propria vita.
 Il giovane Percival, figlio di stirpe eletta e ignaro del mondo, era decisamente destinato ad ascendere alla purezza spirituale.
Per la sua giovane età commette in buona fede una serie di fatali errori, tra cui quello di non domandare per pietà ad Anfortas, re del Graal.
L'orgolio gli costò caro e fu la causa del suo male, sprofondò in uno stato angoscioso di dubbio, che investe anche la bontà di Dio.
 
Me ne parlò da buon cavaliere fedele e fu così che lo inviai, accompagnato da Merlino, a ricevere  gli insegnamenti dell'eremita Trevrizent, che lo accolse come un figlio e con il suo esempio di umiltà e rettitudine e la sua propensione per l'ascesi, lo ricondussero sulla via dell'umiltà e della grazia che lo ricongiungeranno con l'amata sposa Condwiramur che per questa ricerca si era sentita abbandonata.
nota a margne:
 Asceso al trono del Graal, egli impersona il perfetto eroe cristiano in opposizione all'altro grande campione del Medioevo germanico, Tristano: il cercatore metafisico di Dio in opposizione al martire dell'amore.

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mercoledì, 07 maggio 2008

L'ORA SENZA VOCE

 

L’ORA SENZA VOCE

( liberamente tratto da COSI PARL0’ ZARATHUSTRA )

Conoscete lo spavento di chi si addormenta ?

Fino alla punta dei piedi lei è spaventata,

perchè sente mancarle il terreno sotto i piedi,

e il suo sogno incomincia.

L’orologio della sua vita riprende respiro,

mai aveva udito tale silenzio attorno a se,

e tanto il suo cuore ne fu atterrito.

Allora senti parlarle senza voce “tu lo sai…..”

E lei  urlò , si fece esangue il suo viso,ma tacque.

La voce ripeteva “tu lo sai…..ma non lo dici”

Lei rispose con fare insolente “si lo so, ma non lo voglio dire”

“non lo vuoi, ma sarà vero ? non nasconderti nell’insolenza”

Tremante come un animale ferito ripete a se stessa

“ah , io vorrei, certo, ma come posso ?”

“risparmiami ciò che è al disopra delle mie forze”

Cacciatrice braccava nella notte mentre la voce le ripeteva

“colui che ha da spostare montagne sposta anche valli e bassure”

Spaventata cammina nella notte più silenziosa,

“hai disimparato la tua strada , ora disimpara a camminare”

Stentò a lungo prima di tornare in se stessa,

poi disse ciò che aveva gia detto “NON VOGLIO”

rabbiosa iniziò a correre nel buio, senti per l’ultima volta parlare

“i tuoi frutti sono maturi, ma non lo sei tu per loro,

torna nella tua solitudine, perchè devi ammorbidire la tua scorza”

dentro di se risate isteriche, poi fu silenzio.

 

E , nella notte, andò via da sola.

 

 

Kurtz 08

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martedì, 06 maggio 2008

‘A MUNNEZZA

rifiuti01g


 


 


 


 


 


 


 


 


 

 


 

Per la serie dei "filosofi napoletani"

 

‘A MUNNEZZA

 

 

Napoli.

Sono le sette del mattino di un lunedì del mese di marzo.

 

Gennaro Platone si accinge ad affrontare un altro giorno nella sua amatissima città, nonostante le tante problematiche che l’affliggono, da molti anni ormai, anzi, da tempo immemore.

La condizione della città l’angoscia sia perché napoletano, sia perché “filosofo” ed in quanto tale, portato a vivere con più partecipazione i problemi ed i disagi cronici di Napoli.

 

La recente esplosione dell’emergenza rifiuti in città e nel circondario, è uno di questi!

 

Dopo essersi vestito, Gennaro esce di casa con l’intenzione di raggiungere l’amico Ciro che oggi è libero dagli impegni in quanto è il giorno di chiusura della pizzeria.

“Jamme addù Ciro, accussì m’arrecrio nu pucurillo e ce facimme ‘na bella cammenata vicino ‘o mare, fino a piazza Politeama”. Così dice ad alta voce, mentre infila la porta di casa per scendere in due piani del palazzo.

In pochi minuti raggiunge il vicolo dov’è la pizzeria di Ciro, sicuro di trovarlo dentro, come il solito, a sistemare il locale.

“Uè Ciro stai dinto? Sii tu?”

“No! Nun so’ Ciro…oggi so’ Renato!”

“Renato chi?” “Renato Cartesio, ciuccio! Oggi me siente Renato Cartesio, m’agge scucciate d’esse Aristotele!”

“Agge capito Cì, te sì scetato cù ‘o culo scupierto, né?”

Ciro avvicinandosi all’entrata del locale:

“Puote esse signor Platone, ‘na vota succede anche ad Aristotele da esse incazzuso!”

“Certo che sì, mio caro ed esimio collega, anche noi filosofi siamo esseri umani e non solo pensatori!”

“Né Gennà, trase dinto e nun dicere ‘ste strunzate, ca oggi nun è ccose!”

 

Gennaro entra, ha compreso che Ciro non è del suo solito umore ed evita battute ed atteggiamenti provocatori.

 

“Né Ciro, ma cumm’è ca oggi sì accussì curiuso?”

“Cumm’è, cumm’è Gennà”. Replica Ciro con un tono astioso.

“Nun ce la facce cchiù: tengo doie cuofane de munnezza e nun sacce cchiù addò l’agge vuttà?”

 

E’ impossibile non cogliere in questo improvviso sfogo, tutto il disagio e l’amarezza per il protrarsi, da molti anni ed a fasi alterne, della questione dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campana ed a Napoli e dintorni in particolare.

 

“Nun me siente cchiù de vuttarla in mieze a via! Nun è possibile, nun se puote ghì faiannanze accussì…a stamme a scarrupà ‘sta città nuoste!”

 

Lo sfogo accorato di Ciro è ascoltato in silenzio da Gennaro che si limita solo ad annuire.

 

“Cu tutto chello ca già c’avimme a Napule, ce scarziava sulo st’ate guaio! Avimme arruinato l’immagine de Napule, della Regione, ‘o turismo e ‘e soie prodotti in tutt’ ‘o munno!” Continua con ancora più foga.

“Me pare de sentere ‘e risate e ‘i cummiente d’o munno sano!”

 

< Napule è coverta da ’a munneza, nun se sciata p’o gran fieto, ‘e discariche so’ chine ‘e veleni, nemmanco de’ l’agricoltura ce se puote fidà>

 

“Chesto siento dinto ‘e recchie Gennà! Che figura ‘e mmerda…” Queste ultime parole gli si strozzano in gola, per la commozione e per la rabbia.

 

“Ave raggione Ciro e cumme si ave raggione!” Dice Gennaro, rompendo il riserbo mantenuto sino a quel momento.

“E’ una cosa di una gravità assoluta, che sta facendo più danni di una calamità naturale, mentre, qui, di naturale c’è solo ‘a munnezza, ma quello che ha causato tutto questo sfacelo in tanti anni, non è naturale e non è nemmeno concepibile. E’ un disastro perpetrato da decenni senza che nessun amministratore pubblico abbia saputo o voluto risolvere!”

“Mò e parlato ‘e core Gennà. Si putisse dinto a sti cuofane ce mettisse propre e nuoste amministratori”. Ciro sottolinea in modo enfatico la parola “amministratori”, poi continua:

“c’i mettisse aroppo aville fatte a piezze cu ‘e mane mie, e ‘e sacche ‘e vuttasse a mare, si nun avisse appaura ca pure e pisce e sputassero a fore ‘ncoppa a terra, tanto facissero schifo pure a isse!”

“Ma Ciro che dici, questo sarebbe un crimine molto grave, non è degno di un filosofo fare queste affermazioni!”

“Overo Gennà mmece è ‘na cosa digna chella c’hanno fatto ‘sti fetiente ‘e mmerda?” “Allora ricimme accussì: vado a buttare a mare i rifiuti umani colpevoli di questo degrado; non inquino e non sporco, tanto questi sono rifiuti biodegradabili e qualche pesce se li mangerà pure!”

 

Gennaro trattenendo a stento una risata e sforzandosi di rimanere serio, gli risponde:

“Sempre omicidio è e, poi, in Italia non c’è la pena di morte!”

 

“Ah, è overo, nun ce sta 'a pena de muorte ma…sulo pe’ isse, i politicanti. Noie ca simme ‘a maggioranza, ca simme ‘a pupulazione ca suppurta e pave, avimme a murì p’o fieto, p’a diossina, p’o percolato e pe’ tutte l’ate veleni che ce stanno into ‘a munnezza, pe’ noie ‘a pena e muorte esiste e puro si nun avimme fatte niente! Ma famme ‘o piacere Gennà!” Ciro si ferma qualche secondo per riprendere fiato; è veramente agitato come non mai.

 

“Cumme disse Sansone, ca si muriva isse, avevano ‘a murì pure tutti i Filistei, io dico: allora noie avimme ‘a murì, va bbuone, ma cu noie pure tutte quanti i politici, i camorristi e l’ate figli ‘e zoccola!”

 

Concluso lo sfogo Ciro s’accascia come un sacco vuoto su di una sedia. Nella pizzeria cala un irreale silenzio, anche Gennaro si siede di fronte a Ciro e per un po’ si scambiano solo degli sguardi più eloquenti di tante parole.

 

Poi, Gennaro rompe il silenzio:

Se i nostri “antenati” sapessero che, invece di ragionare su argomenti seri ed importanti, parliamo di “munnezza” si rivolterebbero dentro le tombe!”

 

“Pecché e tiempe lloro a munnezza nun ce steve?”

“Certo che c’era, caro Ciro, ma era poca e tutta biodegradabile: erano solo i resti dei cibi, qualche pietra o mattone che provenivano dalle costruzioni degli edifici o da quelli abbattuti, molto speso riutilizzati; i colori erano tutti prodotti con sostanze naturali tipo terre varie o piante. Non c’era la plastica, i metalli di tutti i tipi, l’amianto, i detersivi e tante sostanze chimiche velenose come oggi. Era tutta un ‘altra cosa!” Conclude sconsolato Gennaro.

“Eh sì!” Risponde Ciro, tirando un gran respiro.

Gennaro nota con piacere che l’amico sta riprendendo il suo abituale umore.

<Gli ha fatto bene sfogarsi> Pensa.

 

“Gennà, a proposito degli antenati, m’è venuta in cape ‘na dumanna”.

“Dì pure Ciro”.  Fa Gennaro, cogliendo un pizzico di malizia nei suoi occhi.

“Se Platone ed Aristotele, avissero vissuto ‘nzieme, dinto a stessa casa, quale de’ doie jiva a vottà a munnezza?”

“Uè Ciro che domanda cretina fai, va bene che sei ancora agitato, ma, questa, non la capisco proprio!”

“Gennà vulive ricere: a sicondo d’o pensiero filosofico de’ nuoste antenati, chi aveva ‘a vuttà a munnezza?”

“Maronne Cì!” Risponde Gennaro ritornando al dialetto.

“Ma che strunzata stai ricenno? Mò avisse a stabbelì che de’ doie, sicondo ‘o pensiero suio era più accuoncio a vottà a munnezza?”

“Bravo vedo c’ave capito!” Fa Ciro con soddisfazione.

 

Gennaro un po’ per non urtarlo, un po’ perché solleticato, come sempre, da queste dispute “filosofiche”, anche su argomenti così poco consoni, ci pensa su un po’, finché non inizia ad enunciare il suo teorema, recuperando, come si conviene la lingua italiana.

 

“Vedi caro Ciro, come ti ho detto quando discutemmo sull’immortalità dell’anima, Platone aveva una concezione della vita e dell’essere più vicina al divino al soprannaturale. Aristotele, invece, ne aveva una più terrena, più materialista, si direbbe oggi”

 

“Ah e allora che ce trase stu discuorso cu ‘a munnezza?” Gennaro lo fulmina con lo sguardo.

“Va bbuono continua, ja!” Fa Ciro scuotendo la testa.

 

“Nel famoso affresco di Raffaello, in Vaticano, denominato “La scuola di Atene”, il pittore ha raffigurato al centro della composizione, in mezzo a tanti altri filosofi, Platone con una lunga barba bianca e radi capelli, lunghi e bianchi anch’essi, alla sua sinistra c’è Aristotele con barba e capelli folti d’un colore castano, perché più giovane. Platone ha il braccio destro sollevato dal gomito in su con l’indice della mano rivolto verso il cielo, l’Iperuranio. Aristotele con il braccio destro teso, perpendicolare al corpo ed il palmo della mano aperto con le dita leggermente allargate. Questi due atteggiamenti simbolizzano e sintetizzano le rispettive dottrine filosofiche, pur essendo uno il maestro dell’altro”.

 

“E allora?” interviene spazientito Ciro.

“E allora, per farla breve, Platone si occupava più del trascendente, dell’anima, del cielo; Aristotele più della terra, delle scienze, delle cose concrete. Ne deduco, quindi, che il più pertinente ad occuparsi anche di una questione così infima come i rifiuti sia Aristotele!” Conclude soddisfatto Gennaro.

 

“’N’ata vota!” O sapevo che pure chesto tuccava ad Aristotele, primma senz’anema, ora pure ‘a munnezza! Sempe a me ‘e peggio cose!”

Con l’immancabile guizzo d’ingegno, Ciro, che lo aveva scientemente provocato intuendo come sarebbe finita, continua:

“Va buono, agge capite”. Segue una pausa intenzionale per incuriosire Gennaro, poi:” Né Gennà, ma a te ‘a pizza piace sempe?”

“Certo Cì, c’addumanna me fai?”

“A vulisse magnà ancora, ‘a margherita, ‘a marinara e l’ate?”

“Certo c’a sì! Pecché?”

“Buone! Allora te riche ca si tu, ora, nun puorte a fora sti doie sacche e munnezza, tu ca ‘a pizza nun a magni cchiù, pure si pave!”

 

Gennaro resta interdetto e stupito, ma lo sguardo di Ciro non ammette repliche e pensa che sia meglio non contraddirlo, perché è capace di fare quello che ha detto.

Senza parlare prende i due sacchi neri e si avvia verso la porta.

 

“E brave Aristotele, ave capito, mò fate ‘na “peripatetica” cu e cuofane in mano, accussì camminando puote raggiunà comme se faciva a scola toia!”

 

Gennaro si ferma, si volta verso l’amico. Vorrebbe rispondere, ma il vederlo con l’aria sorniona e soddisfatta lo fa sorridere, compiaciuto di essere stato messo in mezzo subdolamente, ma con arguzia.

 

Esce ridendo dalla pizzeria accompagnato dalle risate di Ciro.

 

 

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giovedì, 01 maggio 2008

il compleanno dello scrittore

 

50 anni di vita, sapeva bene di essere uno scrittore affermato, lo invitavano in tutti i circoli culturali.

 Era uno dei personaggi più in vista nel mondo letterario, tenuto in grande considerazione dai mass-media che spesso richiedevano le sue opinioni.

Il suo fascino d’artista era amplificato dal fisico slanciato e dal suo sorriso cordiale, senza tenere conto della simpatia che con naturalezza riusciva a suscitare in chi incrociava, anche solo per un istante, il suo sguardo sereno.

Era soddisfatto di se, talmente soddisfatto che si sentiva serenamente appagato dai suoi successi e dalla vita.

50 anni, era tempo di raccogliere quello che aveva seminato, e la raccolta era ormai fruttuosa.

Un compleanno passato inosservato mette in crisi, e quella sera, si rese conto che aveva già superato il mezzo secolo di vita, era passato in fretta, quasi non se n’era accorto, i giorni si erano susseguiti vertiginosamente.

Ora, era nel suo studio con un brandy ghiacciato da sorseggiare, con le sue caramelle alla liquerizia, a festeggiare l’inizio dell’età matura, da solo, seduto al suo computer.

Decise, per festeggiarsi, di ricapitolare in un brano tutto quello che nel corso degli anni aveva voluto comunicare con i suoi scritti.

Nessuno, meglio di lui, avrebbe potuto decifrare lo spirito che aleggiava tra le righe dei suoi componimenti, di questo n’era certo.

Trascorse tutta la notte a sfogliare i files dei suoi scritti, alcuni non li ricordava nemmeno; erano bozze di brani, scritti in momenti particolari e mai più riletti, alcuni poi, erano pagine di diario, in cui parlava semplicemente di cose osservate nel corso di incontri e riunioni in casa di artisti a lui vicini, altri invece, erano commenti a testi di vecchie canzoni popolari e molto altro ancora.

Una folla di considerazioni si avvicendavano, scriveva convulsamente tutto quello che gli si affacciava alla memoria, pensando che sicuramente, sarebbe stato in grado di ricomporre, con logica visione di insieme, tutti quei pezzi che come frammenti di specchi lo rifletevano mano a mano che riaffioravano .

Alle prime luci dell’alba ancora sfogliava i suoi scritti, incredulo, sorrideva o faceva smorfie di disapprovazione, le sue mani nervose sfioravano la tastiera del computer come se suonasse un concerto per pianoforte.

Apriva e chiudeva files, scriveva commenti ai suoi brani, ci ritornava, dopo aver letto alcuni altri scritti aperti , senza accorgersi nemmeno, che la stanza era diventata invivibile, per la densa coltre di fumo prodotta dalle tante sigarette accese.

 La bottiglia vuota del suo brandy preferito e il posacenere colmo di mozziconi di sigarette e di carta colorata delle caramelle alla liquerizia, stavano a testimoniare il lungo periodo passato a cercare di riassumere, in bella veste, la sua filosofia di vita.

Alle sette in punto, come ogni giorno, Marta, la donna di servizio, aprì la porta dello studio, certa di trovarlo libero ma la luce accesa della lampada e quell’odore acre di fumo, la fecero desistere dall’entrare, non voleva disturbare lo scrittore, ma non si trattenne dal commentare la cosa, come spesso faceva parlandosi addosso, socchiudendo la porta, infatti, mormorò ad alta voce: « ma come si fa a passare una notte intera a scrivere scemenze che nessuno legge?».


Lo scrittore, ascoltò quella considerazione mormorata con tono di incredulità, si fermò, alzò finalmente lo sguardo dalla tastiera e si accorse che il sole si affacciava curioso dai vetri della finestra che dava sul giardino.

Aprì la finestra, respirò la fresca aria del mattino, poi, con le dita, scrisse sul vetro, ''50 anni: ho scritto della vita, ma non l’ho vissuta''.

 

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domenica, 27 aprile 2008

IL BICCHIERE

 

Desidero fare una premessa introduttiva esplicativa per ringraziare i "passeggeri" che hanno avuto, sinora, la compiacenza di leggermi e di commentarmi, anche se io non faccio altrettanto, in proporzione, perché la maggior parte dei brani pubblicati è costituito da poesie che mi trovano impreparato, per mia insipienza, al loro commento (essendo abituato sempre a commentare ciò che leggo, almeno in prosa).

Per questo motivo mi accingo a postare il primo di quella che sarebbe divenuta, nel tempo, una piccola saga, che vede protagonisti due ineffabili personaggi napoletani (le mie radici, anche se nato casualmente a Roma, sono partenopee sia da parte di madre che di padre, per non so quante generazioni e, quindi, ho sempre respirato, fin da bambino, l'aria della "napoletanità").
 

Come dicevo questi personaggi, nati in un lontano giorno, nelle prime ore del mattino, quando il mio modesto cervello riesce ancora a lavorare con una certa quantità di sinapsi, concepì l'intuizione di questo primo brano.

Il successo, se così posso dire, fra gli amici reali e virtuali mi ha indotto a proseguire ed a renderli protagonisti di altre storie, quando l'intuizione creativa mi suggeriva la validità dell'argomento da porre in bocca ai "due filosofi".

Se anche voi gradirete, seguiranno gli altri episodi (per ora 4 oltre un altro che ha delle caratteristiche un po' diverse,  ma come protagonista sempre uno dei due "filosofi" di un piccolo "giallo" napoletano, inviato al concorso dei Carabinieri, senza successo, ovviamente).

La foto della pizza è coerente ad uno dei due personaggi (La pizza è quella che faccio io, però!).

 

La mia pizza Margherita

 

 

 

 


 

  


 

  

Napoli, sono circa le cinque del pomeriggio.
 

Ci troviamo in uno dei vicoli del centro storico popolare, dove insieme a molti “bassi” e a qualche piccolo antico negozietto, c’è una pizzeria, non più grande di 50 mq,  tanto modesta ed al limite della decenza igienica, quanto nota fra i popolani per la qualità e la bontà delle sue pizze al forno e delle sue pizze fritte.
 

Nel locale sono ammassati, in un ordine approssimativo, una ventina di tavolini con il piano di marmo bianco, contornati da vecchie sedie di ferro verniciate di nero. Tavoli e sedie, recano i segni del passaggio di migliaia e migliaia di persone che, su di essi, hanno consumato altrettante pizze, nel corso di quasi un secolo d’attività.

In un angolo, da cui si vede  tutta la sala, c’è un altrettanto antico forno a legna, che profuma di pomodoro e mozzarella anche quando è spento, con annesso un bancone dove il pizzaiolo stende e condisce le gustose ruote di pasta cresciuta, prima d’infornarle.

Completano l’essenziale arredamento, alcuni armadi, sbilenchi in cui sono custodite le stoviglie, le posate ed i bicchieri. Com’è d’uso, in questo genere di locali, la carta sostituisce le tovaglie e le salviette.
 

Intorno ad uno di questi tavolini, sono sedute due persone, di circa cinquanta anni o poco più. Dinnanzi a loro una bottiglia di birra fresca e due bicchieri.

Hanno l’aria rilassata e svogliata.
Sono Gennaro Platone e Ciro Aristotele.
 

Il primo, Gennaro, quello che ha l’aria svogliata, è un disoccupato organico, che non ha un vero e proprio mestiere, ma che è un gran maestro dell’arte di arrangiarsi.

Egli, quando gli va, si arrabatta a fare un po’ di tutto, ma per quel tanto che basta alla sua sopravvivenza. Gennaro, che è senza vincoli familiari, ha scelto di anteporre il desiderio di vivere a modo suo e secondo gli umori del momento, all’eventuale sicurezza di un’occupazione stabile e continua, qualunque essa fosse.
 

Il secondo, Ciro, quello con l’aria rilassata di colui che sta gustando un meritato intervallo tra i due impegni quotidiani, del pranzo e della cena, è il pizzaiolo, nonché il gestore del locale. Ha iniziato fin da piccolo a seguire le orme del padre, che, a sua volta, aveva seguito quelle del nonno e, così di seguito, fino alla quinta generazione, per quanto si ricordava.
 

Il caso ha fatto sì che si conoscessero e frequentassero fin da ragazzi, anche per quello strambo connubio che si era creato fra le loro due famiglie, che abitavano in due “bassi” adiacenti, a causa dei loro importanti cognomi.

I genitori, infatti, si compiacevano di raccontar loro, quand’erano piccoli, com’era avvenuta quella conoscenza, poi trasformatasi in amicizia, evento comune e frequente fra gli abitanti dei bassi.

Sia Ciro, sia Gennaro, amano spesso ricordare quel momento tante volte ascoltato, che, pressappoco, si svolse così:

Il padre di Gennaro appena arrivato nel vicolo, com’è usanza ancor oggi, si avvicinò al padre di Ciro, che stava affacciato sulla soglia della pizzeria e gli disse:

“Buongiorno, sono appena venuto ad abitare qui accanto a voi e mi volevo presentare, sono Antonio Platone”.

Il papà di Ciro, dopo un attimo d’esitazione, rispose:
“Che grandissimo piacere, io sono Giuseppe Aristotele”.

Un silenzio gelido e corrucciato, da parte di Antonio, seguì questa presentazione.

Giuseppe afferrò al volo la delicatezza della situazione e anticipò un’eventuale reazione di Antonio:
“No, no, p’ammore e Ddio, non stò pazzianne. Io me chiamme proprio accussì, per quant’è vera a Maronna!”
 

Un’altra breve pausa ed il viso d’Antonio riprese il suo aspetto naturale e scoppiò in una fragorosa risata, seguita immediatamente da quella di Giuseppe. Risero per un tempo lunghissimo, fino alle lacrime, finché Giuseppe, appena riprese fiato, disse:
“Allora, mò into o vico ce ne stanne  doie ‘e  filosofe”. E giù altre risate.
 

Ciro e Gennaro, fin da bambini si divertivano a ripetere la macchietta dell’incontro dei genitori, fra loro e davanti ai loro amici, dando il via alcune volte, a delle vere e proprie piccole sceneggiate.
 

Ma ciò, non ha mai impensierito più di tanto i nostri due amici, che hanno continuato a convivere con i loro importanti cognomi con naturalezza ed ironia, tipicamente partenopee.
 

Ciononostante, molto lentamente, in maniera strisciante, il peso di cotanti nomi, aveva influito sui loro caratteri.

Nei vicoli, erano indicati, con bonomia come:
“E doie filosofe. O filosofe d’ a pizza e  o filosofe che nun vole fatigà”.
 

Queste definizioni non nascevano solo perché si chiamavano Platone ed Aristotele, ma anche dal fatto che, nel corso degli anni, si erano compenetrati, a modo loro e con il loro livello culturale, acquisito con letture specifiche e superficiali riguardanti i loro gloriosi “antenati”, come amavano definirli, fino al punto di chiacchierare, discutere e filosofeggiare su tutto. Loro si contrapponevano come le scuole di pensiero dei seguaci dei loro “capostipiti”.
 

Ciro e Gennaro avevano fatto un po’ il verso a Totò. Lui si era scoperto un’origine nobiliare, loro si erano assimilati ai maestri del pensiero, diventando dispensatori di concetti ed enunciazioni molto filosofiche, suscitando, ovviamente, l’ilarità di chi avesse avuto la sventura di udire i loro strampalati ragionamenti.
 

Quel giorno, però, diedero vita ad una discussione e a delle riflessioni, che potevano essere definite all’altezza dei loro nomi, in particolare se rapportate al loro grado intellettuale.

Torniamo al tavolino al quale sono seduti ed alla birra ed ai bicchieri che hanno davanti a loro.
 

Gennaro, prendendo in mano il suo bicchiere, in cui c’era ancora un po’ di birra, comincia a fissarlo attentamente. Ciro lo guarda, senza parlare, aggrottando le ciglia. Gennaro continua a contemplare il bicchiere, lo gira, lo solleva, lo posa, lo riprende, lo guarda di nuovo.

A questo punto, Ciro gli dice:
“Uè Gennà che già te s’imbriacato, cu sole mieza birra?”
“Uè… Gennà! Scetate!”
 

Gennaro, imperturbabile:
“Ciro, dimme, cumme o vire stu bicchiere”.

“Che dice Gennà, cumm’aggia a veré… è nu bicchiere!”

“Ciro, cumme o solite, nun capisce mai”

“Uh, Gennà, c’aggia a capì, so tant’anni che te conosche, ma certe vote me pare nu pucurillo fore e cape”
 

Gennaro, sempre senza scomporsi:
“Ciro, tu m’hai ricere cumm’è stu bicchiere pe te.
Mieze chine o mieze vote”
 

Ciro, conoscendolo, a quel punto ha capito che stava iniziando una delle loro dispute “filosofiche”. Come il solito accetta la sfida.
 

“Gennà, pe me è mieze vote. Mo, però, io già o sape, tu m’hai da scassà u cazz, ricenneme, nossignore, o bicchiere è mieze chine”.
 

“Né, Cire, veche ca cummenze a capì quacche cose. Te s’è scetato o cervielle?”

“Gennà, nun avive niente e meglio c’ha fa mò, che dì ste strunzate?”
 

“ E no, caro Ciro”.
 

Ciro capì che la discussione si stava facendo seria, questo succedeva sempre quando Gennaro passava dal dialetto all’italiano. Un filosofo può mai parlare in vernacolo?
 

“Vedi Ciro, tu hai fatto un’affermazione errata”

“Azz… errata”.Andiamo sul difficile, pensò Ciro.
 

“Si, ho fatto un’affermazione errata”.Ripeté con sussiego e con qualche moina, Ciro.
 

“Vedi, mio caro ed ignorante amico, ora tenterò di spiegarti dov’è l’origine del tuo errore”.
 

“Maronna mia, agge a cagnà a marca  e birra!” Pensò Ciro.
 

Gennaro, ormai perso dietro al suo ragionamento che doveva per forza sviluppare a Ciro, prosegue:
“Seguimi, seguimi bene. Il bicchiere, come tu dovresti sapere, è un contenitore, che nasce per contenere qualche cosa al suo interno, liquida o solida che sia, Fin qui ci sei?”
 

Ciro annuì svogliatamente, già pensando alle pizze che avrebbe dovuto preparare di lì a qualche ora.
 

“Allora, se serve per contenere qualche cosa, lo può fare solo quando è vuoto, quindi, e qui arriva il lampo di genio di Platone, il bicchiere, quando c’è qualcosa dentro deve essere sempre definito come pieno. Parzialmente pieno, un poco pieno, un quarto pieno, un ottavo pieno, mezzo pieno, appunto, perché appena ci va qualcosa dentro non è più vuoto!”

“Ciro hai capito il concetto. Le discussioni che sempre si fanno sul bicchiere e su come uno lo consideri, quale specchio del suo atteggiamento psicologico, a seconda che dica: mezzo vuoto o mezzo pieno, pessimista, il primo, ottimista, il secondo, sono tutte fesserie. Il bicchiere è sempre pieno o è tutto vuoto, quando non c’è niente”.
 

“Ciro agge avute na bella penzata, eh”.
 

Ciro rimane un attimo perplesso, ma, poi, a ben rifletterci comincia a convincersi che il ragionamento di Gennaro ha una sua consistenza logica. Con la rapidità e la brillantezza d’ingegno che i napoletani sfoderano nei momenti più impensabili.
 

“Né Gennà io già c’ero arrivato a capì sta cose, agge fatte finte e nun capì, pe verè a rò ive a fernì”.

“Me fa piacere assai, che, pe na vota, simme d’accuorde e simme arrivate alle stesse conclusioni!”
 

Poi, senza dare il tempo a Gennaro di replicare e per evitare di trascinare oltre la “discussione”, si alza e andando verso il forno, dice all’amico:
“Gennà, cummo o solite, è state nu piacere parlà cun te. Mò però t’agge a salutà che tengo a preparà e pizze pe’ stasera. Ce verimme".
 

Gennaro s’avvia malvolentieri verso casa.

Era compiaciuto, però, del suo sillogismo (senza sapere che il sillogismo appartiene ad Aristotele) ma nutriva  qualche dubbio sulla sincerità dell’affermazione di Ciro.
 

Ma.. come  può Platone dubitare di Aristotele?

 

 

 

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venerdì, 25 aprile 2008

PSICOLOGIA DI UN SUICIDIO

 





Giulio si sente, ormai, una persona estranea a tutto e a tutti.

Non si riconosce più nella vita, condotta finora e che, solo adesso, gli appare in tutta la sua pochezza.

Il lavoro che prima riempiva gran parte della sua giornata, è finito, perché giunto alla pensione.

Gli affetti, col trascorrere degli anni e con il mutare dell’animo, anche a dispetto della sua volontà, si sono modificati e deteriorati.

L’unico figlio, a cui è profondamente legato, da anni, ormai, lavora in un altro continente e seppur sempre in contatto, grazie alle moderne tecnologie, ritorna a casa, per pochi giorni, solo due volte l’anno.

La moglie, un tempo sinceramente amata, anche più del necessario, per quel gran desiderio d’affetto che ha sempre avuto, non lo ha, quasi mai, ricambiato con la stessa intensità e passione e diventa, ogni giorno che passa, sempre più lontana e distaccata.

Senza, forse, accorgersene, per la sua impulsività, un tempo apprezzata insieme alla sincerità, lo bistratta, mortificandolo nei suoi sentimenti più profondi e misconoscendo le sue qualità, riportate alla luce in seguito alla pensione.

Lei, infatti, non si esime, a volte esagerando platealmente, come riconosciuto anche dagli amici più cari, dal dileggiarlo ben oltre la normale dialettica, vivace e frizzante che ha sempre contraddistinto la loro unione.

La sua sensibilità, acuitasi con gli anni, soffre tremendamente per tutto ciò.

Spesso piange sommessamente, non rendendosi conto del perché debba essere trattato così dalla persona che aveva pur amato, anche se non di un amore totale ed assoluto, ma di un amore dalla forte connotazione razionale. Amore nato da un compromesso fra i propri desideri ed attese, che difficilmente si sarebbero realizzate e la realtà, che è tutta altra cosa dei sogni…

Tutto questo gli procura un malessere esistenziale ed una consapevolezza della sua inutilità!

Si sente inutile per gli amici che non condividono molte delle sue passioni.

Si sente inutile per la moglie, che gli mostra sempre più segni d’insofferenza e d’indifferenza, forse, senza rendersene conto, perché quando egli se ne lamenta, lei sembra cadere dalle nuvole: non capisce e minimizza tutto.

Purtroppo, è effettivamente così!

Lei è tanto pronta ed efficace nell’affrontare e gestire le situazioni più disparate, quanto incapace, per scarsa sensibilità d’animo, di comprendere il solco che si stava scavando fra loro.

La situazione è tale che evita di parlarle e di condividere con lei le sue iniziative, di qualunque natura siano, per non sentirsi dire che sono stupidaggini, che sbaglia tutto, che non capisce…quando va bene.

Anche quello che scrive, per suo diletto, non è immune da critiche, procurandogli uno stato d’ansia nell’attesa dei suoi commenti, non tanto sulla forma, perché ammette la sua bravura, ma sulla sostanza, che, difficilmente, si raccorda con il suo “sentire”.

Dopo tanti anni Giulio ha deciso di ribellarsi in un modo eccessivo e tragico.

L’unico che è riuscito a giudicare proporzionato alla sua situazione. Qualsiasi altra soluzione avrebbe perpetuato il suo disagio psicologico, quindi, tanto valeva porre la parola fine!

Alle incredule e sbalordite persone che si chiederanno il “perché” di un tale gesto, del tutto incoerente con la sua personalità e con il suo vissuto, egli decide di lasciare un conciso biglietto, sempre se riusciranno a leggerlo, così concepito:

”Voi tutti, vi starete chiedendo perché e per quali motivi io abbia fatto questo…Chiedetelo a chi per prima si sarà posta la stessa domanda… non trovando la risposta! Ecco…questa è la …risposta!”

Scritte queste due brevi e significative righe, Sergio si reca in giardino.

Si siede su una comoda sedia a sdraio.

Poggia il biglietto sul tavolino.

Si volge a guardare i fiori, il verde, il cielo con l’accompagnamento del canto degli uccelli…


UN COLPO!


Non c’è più il verde, non ci sono più i fiori, non c’è più il cielo e gli uccelli hanno smesso di cantare.

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giovedì, 17 aprile 2008

IL SUO NOME ERA ANDREA

 

Tutti lo chiamavano Andrea, ma nessuno sapeva se quello fosse, veramente, il suo nome.
 

Nel quartiere, che è il centro geografico e politico di Roma, lo conoscevano, ormai, quasi tutti: commercianti, professionisti, uomini politici e gli impiegati delle grandi banche che si affacciano sulla via del Corso.
 

Pochi lo guardavano con occhio benevolo.

I più mostravano segni evidenti di fastidio, per la sua presenza e per l’intenso afrore che emanava dal corpo e dai panni che, raramente, avevano rapporti con l’acqua ed il sapone.
 

Andrea, però, a parte la scarsa igiene, non importunava nessuno e non chiedeva l’elemosina, ma non poteva non accettarla, quando qualcuno faceva rotolare degli spiccioli o una banconota ai suoi piedi.
 

Egli aveva i suoi punti di riferimento sparsi nel quartiere, dove vi si spostava secondo la stagione e le condizioni atmosferiche, nei quali era solito sostare insieme alle sue buste di plastica che contenevano tutto il suo “patrimonio”, oltre agli indispensabili cartoni che costituivano il suo giaciglio.

Era difficile stabilire che età avesse, dal momento che il viso era coperto da un’ispida ed incolta barba brizzolata ed anche i lunghi capelli, untuosi ed irsuti, contribuivano a celarne le fattezze.

Dai quaranta anni in su, diverse età potevano essere plausibili e nessuna, forse, quella giusta.
 

Non dava confidenza, anche sollecitato. Nessuno l’aveva mai sentito parlare, almeno fra coloro che, fuggevolmente, gli passavano davanti quasi tutti i giorni ed anche il nome Andrea non si capiva come fosse arrivato a conoscenza di tutti. Non si aveva idea da quanti anni, ormai, “vivesse” nel quartiere.
 

Ogni tanto, spariva per qualche giorno. Si seppe, poi, che ciò era dovuto alle associazioni caritatevoli che si occupano dei senza casa e senza famiglia, che periodicamente si prendevano cura di lui, provvedendo a pulirlo, a cambiargli i vestiti con altri usati, ma puliti. Dopo queste radicali pulizie, si faceva fatica a riconoscerlo, perché privato della barba e con i capelli in ordine. In quei giorni, il suo volto senza età, ci mostrava un uomo dall’aspetto sereno e disteso, per nulla turbato dalla vita che conduceva e dagli inevitabili stenti, vita che sicuramente aveva scelto deliberatamente.

Gli occhi neri e profondi, dotati di uno sguardo penetrante ma che non tradiva debolezza, esprimevano una forza di carattere ed uno spirito libero, senza il peso di alcun affanno.

Andrea era cosciente della sua scelta, che lo aveva reso libero nella mente e nel corpo e mostrava una serenità che, nelle sue condizioni, appariva anomala ed irrazionale ad un’analisi affrettata e superficiale.
 

Fra le sue cose, nelle immancabili buste, spesso si vedevano spuntare dei libri. Qualcuno era riuscito a sbirciare qualche titolo, con la scusa di avvicinarlo per chiedergli se gli occorreva qualcosa ed aveva visto che si trattava di libri di autori famosi, contemporanei e no.

Il direttore di una grande libreria, che aveva avuto modo di conoscerlo, superando la sua istintiva diffidenza o, meglio, il suo marcato senso d’indipendenza e d’autonomia, aveva preso l’abitudine di prestargli dei libri. Andrea, dopo averli letti, li restituiva, a volte personalmente in libreria, con regolarità ed avendone grande cura, affinché non si sporcassero o si danneggiassero.

Non era facile vederlo leggere i libri, evidentemente per essi si ritirava in qualche luogo appartato e solitario, dove consumare in tutta tranquillità il suo “pasto” della mente. Era più facile vederlo, mentre leggeva un giornale o più d’uno, che qualcuno di noi gli lasciava ai piedi dopo averlo letto.
 

Tutti questi particolari, emersi in tanti anni di “conoscenza”, avevano creato intorno ad Andrea un alone di rispettabilità e di tolleranza, che faceva largamente premio sul suo anormale e stravagante modo di vivere, cosicché il numero di coloro che provavano disturbo dalla sua visione e dal suo modo vivere, era molto diminuito ed era diventato un’icona insostituibile nell’ambiente microsociologico del quartiere: una presenza di cui non si poteva fare a meno...lui c’era sempre!
 

Non era infrequente che alcuni di noi, quando facevamo delle riflessioni sul suo personaggio ed il suo stile di vita, affermassero che, forse, potevamo essere noi a sbagliare a considerare vita quella frenetica e ansiosa che noi conducevamo, nella quale perdevamo sempre più di vista certe verità e certi valori che Andrea sembrava, invece, aver perseguito e raggiunto con soddisfazione, guadagnando un equilibrio a noi sconosciuto.
 

Andrea, infatti, era sicuramente una persona di buona cultura ed intelligente. Non si conosceva il percorso umano e psicologico che lo aveva condotto a scegliere di vivere sulle strade, alla mercé delle intemperie e della malevolenza della gente. Era, però, una scelta consapevole e la serenità che traspariva dal suo sguardo e dai suoi atteggiamenti, facevano capire che, per lui, era stata la soluzione giusta.
 

Una mattina d’inverno, quel fagotto formato dal suo corpo, dai cartoni e da qualche logora coperta, non si mosse più al giungere della luce del giorno.
 

Più d’uno, dei commercianti e degli impiegati vicini al luogo dove stava dormendo in quei giorni, si meravigliò di non vederlo già sveglio ed assorto nelle sue meditazioni, indifferente alla folla che che gli scorreva dinanzi.

Prolungandosi questa situazione e nel timore che stesse male, alcune persone gli si avvicinarono, prima chiamandolo, poi, non avendo risposta, cominciarono a scuoterlo ed a liberarlo della sua misera copertura.

Con grande stupore di tutti, sotto i cartoni c’erano solo le coperte arrotolate a bella posta per simulare la presenza del suo corpo ed in luogo della testa, della carta di giornale arrotolata, contenente un libro: L’elogio della follia di Erasmo da Rotterdam.!
 

Anche i giornali, nella cronaca cittadina, riportarono la notizia della scomparsa di Andrea, divenuto un personaggio del colore locale.

Nessuno riuscì a scoprire che fine avesse fatto e chi fosse veramente e perché vivesse così, o, meglio, nessuno si è sentito di accertare la “verità”, rispettando anche questa sua scelta.

Andrea ha sicuramente apprezzato...
 

Dopo molti giorni fu rinvenuto un corpo nel Tevere, nel tratto tra Roma e Fiumicino, irriconoscibile per la lunga permanenza nelle limacciose acque, ma sul quale era evidente la presenza di una folta barba e capigliatura.
 

In molti ipotizzarono che potesse essere il corpo di Andrea, ma alla maggioranza, invece, piaceva pensare, non essendoci prove certe, che Andrea era semplicemente sparito, in cerca di altri luoghi, in cui condurre la sua felice e libera esistenza, come un moderno eremita, non più solitario e nascosto, ma fra la gente e...per la gente.


 

Addio Andrea, randagio per la società, ma inamovibile per il tuo spirito!

 

 

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domenica, 13 aprile 2008

Moohabel

cascatella

 

...Fu proprio durante il viaggio di ritorno dalle terre della siriana Moohabel che  Ci accorgemmo di quanto fosse importante per Noi la presenza di almeno un rivolo d'acqua che Ci permettesse non solo di dissetarci e di far riprendere tono ai nostri cavalli che generosamente ci accompagnavano nella ricerca del Grall ma, soprattutto per purificarci ed essere degni di riprendere la ricerca.

La giovane Ginevra era lontana perché lontana era l' adorata Camelot e la regina Ci aveva incantato con quei suoi profondi occhi neri e i suoi denti madreperla e avemmo una profonda "conoscenza biblica", ogni "salmo" possibile fu ripetutamente "recitato" finché spossati, stanchi Ci concedemmo qualche ora  di riposo.

L'accampamento, dormiva ancora quella mattina ma il crepitio dei miei passi sulla biada lasciata ai cavalli, fece svegliare di soprassalto Merlino che tuonando come Giove disse che era tempo di riprendere il cammino e di spostarci ancora per le ricerche in un luogo indicatogli dalle stelle di  dieci giorni a sud dal posto dove eravamo.

Demmo un calcio ad un ciottolo, per non spaccare il mondo, e seguimmo le indicazioni del mago per essere fedeli alla promessa e all'impegno preso.

Appena fummo oltre il confine siriano improvvisamente come se un sortilegio si fosse appena sciolto, ebbi bisogno di trovare una fonte d'acqua per purificarmi, Merlino mi aveva avvisato che nessuno poteva mettersi serenamente alla ricerca del Grall se avesse anche la sola ombra di una macchia e Noi che di salmi ne avevamo pregati in abbondanza sentivamo il bisogno impellente di lavarci per espiare .

Ci lasciarono solo, come avevamo chiesto, e Ci inoltrammo nel folto di un bosco dove improvvisa una fresca cascata cristallina mi comparve dinnanzi ...

...

Affidata al vento da artudacamelot alle 15:03 | commenti (13)
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La vita quotidiana del Conte Dracula

 

Dracula

 

(fumetto senza disegni)