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- commenti (32)

sabato, 15 marzo 2008

Il Dolce

baudelaire03Immagine presa da Internet

Ero in viaggio. Il paesaggio che mi circondava era di una bellezza e nobiltà irresistibili. Forse se ne trasmise in quel momento un poco al mio animo. I miei pensieri volteggiavano con leggerezza pari a quella dell'aria; Le passioni volgari, come l'odio e l'amor profano, m'apparivano ora lontane come le nubi che sfilavano intorno agli abissi sotto i miei piedi; La mia anima mi pareva vasta e pura come la cupola del cielo che mi circondava; il ricordo delle cose terrestri arrivava al mio cuore affievolito e indebolito, come il suono delle campanelle degli impercettibili greggi che passavano lontano, molto lontano, sul versante di un'altra montagna. Sul laghetto immobile, nero per l'immensa profondità, passava talvolta l'ombra di una nuvola, come il riflesso del mantello di un gigante aereo che volasse attraverso i cieli. E mi ricordo che quella sensazione rara e solenne, prodotta da un moto grande e perfettamente silenzioso, mi riempiva di una gioia mista a paura. In breve: grazie all'entusiasmante bellezza che mi circondava, mi sentivo in perfetta pace con me stesso e con l'universo; credo anzi, in quella beatitudine perfetta e in quel totale oblio di ogni male terreno, di esser giunto a non trovar più così ridicoli i giornali che pretendono l'uomo nato buono; - indi, la materia incurabile rinnovando le sue esigenze, pensai ad alleviare la fatica e quietare l'appetito provocati da una così lunga ascensione. Trassi di tasca un bel pezzo di pane, una tazza di cuoio e una boccetta di un certo elisir che i farmacisti vendevano a quel tempo ai turisti, da mescolare, all'occasione, con l'acqua di neve.
Tagliavo tranquillamente il mio pane, quando un leggerissimo rumore mi fece alzare gli occhi. Davanti a me stava un esserino cencioso, nero, arruffato, che, con gli occhi infossati, selvatici e quasi supplichevoli, divorava il mio pezzo di pane. E, con una voce bassa e roca, lo sentii sospirare la parola: dolce! Non potei trattenermi dal ridere nell'udire l'appellativo con cui onorava il mio pane quasi bianco, gliene tagliai una bella fetta e gliela offrii. Si avvicinò lentamente senza distogliere gli occhi dall'oggetto della sua bramosia; poi, afferrato il pezzo di pane con la mano, indietreggiò lesto, quasi temendo che la mia offerta non fosse sincera e già ne fossi pentito.
Ma nel medesimo istante fu travolto da un altro piccolo selvaggio, uscito da chissà dove, e così perfettamente simile al primo che lo si sarebbe potuto prendere per suo fratello gemello. Insieme rotolarono a terra, disputandosi la preziosa preda, nessuno dei due voleva certo sacrificarne metà per il fratello. Il primo, esasperato, afferrò il secondo per i capelli; questi gli addentò un orecchio e ne sputò un piccolo pezzetto sanguinante con una superba bestemmia dialettale. Il legittimo proprietario del dolce tentò di affondare i suoi piccoli artigli negli occhi dell'usurpatore; questi a sua volta si impegnò con tutte le sue forze a strangolare l'avversario con una mano, mentre con l'altra cercava di intascare la posta del combattimento. Ma, rianimato dalla disperazione, il vinto si raddrizzò e, con una testata nello stomaco, fece rotolare a terra il vincitore.
Ma perché descrivere quell'orrenda lotta che, per la verità, durò più a lungo di quanto le loro forze infantili sembravano promettere? Il dolce passava da una mano all'altra e cambiava tasca ogni istante; ma, ahimè! cambiava anche di volume; e quando infine, estenuati, ansanti, sanguinanti, smisero per impossibilità di continuare, non c'era più, a dire il vero, alcun motivo di battaglia; il pezzo di pane era sparito, sparpagliato in briciole simili ai granelli di sabbia ai quali si era impastato.
Quello spettacolo mi aveva annebbiato il paesaggio, e la calma felicità che si era goduta la mia anima prima di aver visto quei due piccoli uomini era del tutto scomparsa; ne rimasi rattristato a lungo, e mi ripetevo continuamente: "C'è dunque un superbo paese dove il pane è chiamato dolce, ghiottoneria così rara da poter generare una guerra perfettamente fratricida!".

Charles Baudelaire in "Lo Spleen di Parigi"

Affidata al vento da NuitAmericaine alle 18:07 | commenti (7)
Permalink | categoria:racconti, citazioni dautore

Commenti
#1   15 Marzo 2008 - 19:12
 
Bel testo del resto è un classico della letteratura...mi fa riflettere sulla fame e sul valore di un pezzo di pane...purtroppo è uno scritto ancora molto attuale perchè nel mondo ci sono ancora troppi bambini che non hanno neanche questo "dolce" che i nostri figli sazi di tutto spesso rinunciano preferendo solo il companatico...complimenti...un abbraccio Sun
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#2   15 Marzo 2008 - 23:54
 
Vedo che la Francia tiene banco in famiglia :)
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#3   16 Marzo 2008 - 00:03
 
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#4   16 Marzo 2008 - 09:03
 
[m'inchino per la scelta...ahhh il mio charly:-P]
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Morfea77

#5   17 Marzo 2008 - 10:07
 
Bauderlaire è sempre sagace, leggerlo è un insegnamento..... poeti maledetti???? no, poeti benedetti che hanno arricchito e arricchiscono la nosta piccola cultura.
Un abbraccio
:)))
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#6   17 Marzo 2008 - 12:59
 
Grazie, ma la scelta è stata facile, dove prendi in Buadelaire, prendi bene!! A presto,
Francesca
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#7   05 Aprile 2008 - 11:38
 
Il leggere ed il riproporre perle di tale saggezza è degno di una mente attenta.
D.
utente anonimo

Commenti

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